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2/10/2009 insieme per difendere l'agricoltura nell'isola d'Ischia
ISCHIA UN'ISOLA DI TERRA IN GIRO PER L'ITALIA
"Cunicoli e lapilli" di C. Cenatiempo (in edicola)
l'almanacco
La Grande Maialata
San Valentino
Santa Pasqua
Erbe, radici e Fiori
Grano e granotuco
Lumaca e Zucca
Fungo e Castagna
  Gran Cenone
   
Maialata
 
 
Il Vecchio di Primavera
di C.Cenatiempo e U. Vuoso

La carta geografica disegnata da Mario Cartaro nel 1586, fornisce importanti indicazioni per la storia sociale e dell’alimentazione dell’isola d’Ischia. Una gran parte del territorio isolano, particolarmente l’area sud-orientale, era ad esempio coltivata ad orto. Riproduzioni fotografiche di una cinquantina di anni fa ci confermano le insistenti aree destinate agli ortaggi, nella piana di Citara a Forio, nei dintorni di S. Restituta a Lacco Ameno, nelle “Pezze” (denominazione fin troppo denotativa) ad Ischia Porto e così via. L’orto potrebbe essere l’esatto contrario della selva, del bosco e del castagneto che dominano l’area interna dell’Epomeo.

Il primo dominato dalla precisione delle architetture di scavo, di delimitazione, di sfruttamento; i secondi, spontaneamente, “naturalmente” organizzati nelle loro disordinate configurazioni. L’uno e gli altri, luoghi importanti (con la vigna) dell’economia locale e quindi della alimentazione contadina. Una cucina, quest’ultima, fondamentalmente a base di cereali e verdure, con rituali incursioni nei territori della carne (di coniglio in primo luogo).

Come i napoletani anche gli ischitani godevano di fama di “mangiafoglie”, cioè divoratori di verdure. Indivia, ruta, lattuga, cavolfiori, broccoli, rape, borragine, cicoria: minestre e zuppe con fagioli, cipolle, patate, cicerchie, pomodori, fagioli zampognari. La variegata produzione dell’orto da una parte, la notevole disponibilità di frutti ed erbe di raccolta dall’altra. Dai funghi alle more, dai capperi ai pinoli, si snodavano i percorsi della raccolta lungo i sentieri dell’interno dell’Isola. Quello delle erbe, delle spezie e degli aromi è uno spazio dove si intersecano le più varie suggestioni ed esigenze della cucina contadina.

Non fosse altro il fatto che le erbe, in genere, venivano utilizzate sia come alimenti che come elementi curativi. Il prezzemolo, ad esempio, condensa l’uno e l’altro aspetti di quegli usi: aromizzatore ma anche erba per cataplasmi, se non utilizzato per procurare aborti. L’origano, il rosmarino, il basilico, l’alloro, la maggiorana sono altrettanto utili elementi di insaporazione, di aromizzazione , ma anche utilissimi materiali per la cura di particolari affezioni. Un’altra categoria, quelle delle “erbe selvatiche”, abbraccia l’uno e l’altro universo. Gli asparagi dei boschi (rusche), la carota selvatica (“pastenachelle”), il finocchio selvatico, finanche le “curriole” (l’erba leprina), la “scarola selvatica”, sono state assemblate in minestre e insalate, ma non meno le ortiche, la paretaria, le foglie di eucalipto sono state incapsulate in ricettari per la cura del corpo e delle malattie. Il confine tra il commestibile e il curativo resta labile e accennato, in quanto la giusta alimentazione funziona anche in senso terapeutico. Gli aromatari, gli speziali, i medici, i cuochi del Rinascimento, già perseguivano questa ideologia della “conservazione della sanità” attraverso uno straordinario strumentario conoscitivo di erbe ed alimenti. Similmente la sapienza contadina ha potuto sviluppare un ampio ventaglio di conoscenza rispetto alle risorse erboristiche, una conoscenza che è valsa anche come indispensabile strumento di sopravvivenza. Ne valga come esempio, la ricca articolazione terminologica che, nei dialetti isolani, distingue una varietà floristica di eccezionale rilevanza: ed il registro linguistico svela in primo luogo il preminente posto che occupa quell’elemento nella grammatica della utilizzazione alimentare -  terapeutica. L’“ereva pe’ scope” svela un precipuo uso funzionale, la “scopa janca” nasconde l’artemisia che fra le erbe magiche, aveva un posto di grande rilievo, quasi fosse stata l’erba primigenia; l’ereva pa toss’”  (issopo) ben evidenzia la sua immediata terapeuticità.

Ma molte di queste erbe entravano nel labirintico mondo delle insalate e delle minestre, alcune altre anche nell’alimentazione animale. L’erba dei porci era regolarmente destinata al porcile.