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BREVI NOTE SUL TUFO VERDE

Il tufo verde è probabilmente la più importante formazione rocciosa dell’Isola d’Ischia, certamente una delle più singolari  al mondo per il caratteristico colore. La sua origine, secondo gli studi geocronologici, risale a circa 56.000 anni fa, allorquando violente e repentine eruzioni ignimbritiche, una sorta di emulsione di gas surriscaldati, lapilli, ceneri, e brecce, sconvolsero l’area attualmente occupata dall’isola. Grandiosi sprofondamenti, quasi sempre successivi a forti eruzioni, ne provocarono l’inabissamento sotto il livello del mare. In questo ambiente, un insieme di circostanze particolari, forse irripetibili, conferirono alla matrice vetrosa del tufo la tipica colorazione verde. L’acqua marina ricca di sali, infiltrandosi nelle pomici molto porose, in condizioni geotermiche eccezionali, favorì processi chimici di interscambio ionico, determinando, in uno, la cementazione delle piroclastiti e il viraggio cromatico.

Successivamente, circa 28.000 anni fa, la risalite di potenti masse magmatiche negli spazi ipo-meso profondi del sottosuolo isolano, causarono la frantumazione della vasta piattaforma ignimbritica ed il graduale sollevamento delle varie zolle fino alla formazione del Monte Epomeo, la cui vetta altro non è che il bordo delle zolle maggiormente rialzate. Per questo motivo, solamente lungo le ripide scarpate che delimitano a nord e a sud il crinale del più imponente rilievo isolano, è possibile l'osservazione diretta del tufo verde, altrove rinvenuto o in profonde trivellazioni o, in frammenti minuti, internamente a brecce vulcaniche d’esplosione (breccia museo a Procida).

Il sollevamento dell’Epomeo fu accompagnato da imponenti frane, i cui cumuli detritici, formati in prevalenza da materiale di disfacimento del tufo verde, ricoprono, quasi per intero, i settori occidentale e settentrionale dell’isola, estendendosi fin oltre l’attuale linea di costa, dove alcuni grossi massi, modellati dal mare e dal vento, per la loro tipica forma, sono indicati con nomi fantasiosi (Scogli degli Innamorati, Fungo, Becco d’aquila…).

Il legame tra il contadino ischitano e la roccia dal colore verde è certamente antico e profondo. Recuperando dai cumuli di frana pietre per la costruzione di muri a secco (detti parracine), riuscì nel duplice intento di ridisegnare l’aspro pendio in una miriade di terrazzamenti e dissodare il terreno predisponendolo alla coltivazione della vite. La tenacia ed il bisogno lo indussero a scavare i massi più grandi fino a trasformarli in ricoveri, cellai o abitazioni rupestri. Tutto ciò però non bastava. Le pratiche agricole necessitano di acqua. Eccolo quindi ancora a scavare con maestria la dura roccia per ottenere ampie cavità dove, durante la stagione delle piogge, un ingegnosa rete di canalette, tuttora convoglia il prezioso liquido, che, al riparo dai raggi solari, si conserva fino alla stagione secca.

Un processo lento ma inarrestabile, guidato all’istintivo rispetto dell’agricoltore per la natura, che lo ha spinto a trasformare un territorio, certamente impervio e difficile, in un habitat compatibile con le proprie esigenze vitali. Ancora oggi, nonostante l’edificazione incontrollata, è possibile scoprire le vestigia di tale maestosa opera, immergendosi in scorci incantevoli, disegnati da una molteplicità, unica al mondo, di sfumature verdi. Quelle dei muretti a secco, delle rigogliose vigne, delle preziose pietre dell’acqua, delle chiome dei boschi di acacie e castagni che si stagliano sullo sfondo  delle irte scarpate di tufo anch’esse… fatalmente… verdi.

 

 

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